| Anteprima non editata #1 |
IL BIMBO PERDUTO
Tutto è cominciato con un suicidio avvenuto proprio questa mattina. A trovarlo è stato il custode, spiaccicato sull’asfalto come un insetto sotto le scarpe, col sangue che gli sgorgava dalla testa. Non che io lo abbia visto ma me lo immagino, come in una di quelle fotografie macabre, o come nel dipinto di un artista depresso, alcolizzato e drogato.
A ben pensarci quest’evento è stato lo strappo nella tela di una bellissima mattina di maggio.
La gente sceglie sempre i momenti meno opportuni per suicidarsi. Non che ci sia un momento buono per suicidarsi. Non c’è mai un momento buono per niente.
La gente dice che il suicidio è un atto egoistico perché si fa soffrire chi ci ama. Ma noi non viviamo per gli altri. Viviamo solo per noi stessi e moriamo solo per noi stessi. Nessuno può costringerci a vivere se non lo vogliamo. È un gesto altrettanto egoistico. Se vogliamo morire saranno affari nostri. Si chiama libero arbitrio.
Libero arbitrio.
Arbitrio.
Libero.
Libertà.
Non esiste la libertà nella vita. L’uomo è schiavo, è schiavo di se stesso, della sua vita, della sua quotidianità, dei legami con quelli che lo circondano e a forgiare le catene che lo tengono prigioniero non è altri che lui stesso. Dal momento in cui nasciamo smettiamo di essere liberi e il cordone ombelicale si trasforma in un guinzaglio con cui chiunque ci può portare a spasso: i genitori, la famiglia, gli adulti, gli amici, la società, i giudizi e i pregiudizi. L’unico modo per liberarsene è la morte e quel ragazzo lo aveva capito, aveva capito che era questo il destino tragico dell’uomo e non la morte.
La morte.
Tutti temono la morte. Forse perché è la via del non ritorno e una volta presa non puoi pentirti, non puoi pensare neanche per un secondo di esserti sbagliato. Perché allora è ancora peggio. Allora il dolore non lo combatti più.
Immaginavo il suo corpo steso, scomposto sul terreno, riuscivo a figurarmelo davanti agli occhi in una posa assolutamente inelegante. La morte non è elegante, nemmeno quando ti mettono nella bara col vestito più elegante che hai. Alla morte non importa se sei elegante o sciatto, grasso o magro, intelligente o stupido. Alla vita invece importa. Chissà perché.
La notizia del suicidio fece il giro dell’intera scuola alla fine delle lezioni, c’era addirittura qualcuno che giurava di averlo visto buttarsi. La gente parlava, non poteva farne a meno; la gente è brava con le parole, le rigira e le ritrita, le usa e le riusa, è brava a fare le condoglianze, a riciclare frasi già sentite.
Nessuno di loro conosceva quel ragazzo, molti avranno sentito il suo nome per la prima volta quella mattina e nessuno conosceva il reale motivo per cui si sarebbe suicidato: se l’avessero saputo probabilmente non ci sarebbe stato nessun corpo spiaccicato sul pavimento. Eppure parlavano e fingevano talmente bene di essere addolorati che ci cascavano pure loro stessi. Allora ho guardato nei loro occhi per vedere chi lo avrebbe salvato, ma non erano così sinceri come volevano far credere. D’altronde erano tutti complici.
Se si vuole trovare il colpevole basta solo guardarsi nello specchio, recitava una famosa frase di un famoso film di due famosi registi. L’uomo è sempre colpevole di qualcosa e molte volte neppure se ne accorge ed è sempre e solo la paura a renderlo colpevole; giudica e punta il dito solo per non essere giudicato a sua volte e per non vedere il dito degli altri puntato contro.
La paura fa fare le cose peggiori.
La paura non è razionale.
Ecco, la morte è razionale, ad esempio. E tutto è cominciato così.
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| Anteprima non editata #2 |
STORIA DELLA VITA DI UN MORTO
Sono morto il quindici febbraio del 2002, alle 17 e 46.
Tutte le storie devono finire ed è giusto che sia così, altrimenti le altre storie non potrebbero mai iniziare. Si chiude un libro e se ne apre un altro, molto semplice.
No, non è semplice.
Vi è mai capitato di leggere un libro e di commuovervi talmente tanto da bagnare di lacrime quasi ogni pagina? Oppure di affezionarvi ai personaggi così morbosamente che vi sembra di volere più bene a loro che non alle persone reali? Se vi è capitato almeno una volta significa che avete trovato il Capolavoro, la Storia. E quel libro resterà il libro della vostra vita; ogni volta che lo riprenderete in mano sorriderete pieni di malinconia, lo accarezzerete come si fa con un bambino e lo adagerete con attenzione nel posto d’onore. Perché arrivare all’ultima pagina è stato difficile, doloroso… Però lo avete fatto, lo avete chiuso e, con un peso sul cuore, lo avete messo via, gli avete detto addio.
Ma non importa, dopotutto è solo un libro e il mondo là fuori è pieno di libri. Se ne possono trovare molti altri che non vedono l’ora di raccontarvi la loro storia. Le pagine possono essere riscritte, i personaggi cambiati e tutto riparte daccapo, come se non fosse mai successo nulla. Poi i libri si sommano gli uni sugli altri e prima o poi qualcuno finisce sempre per essere dimenticato sullo scaffale, in mezzo alla polvere. Sono così tante le storie che non si possono ricordare tutte.
La mia storia si è conclusa quel dodici febbraio, quando faceva freddo e le strade erano piene di neve sporca. E ora, mentre osservo le luci di Natale che il vecchio droghiere si è dimenticato di togliere dall’insegna del suo negozio, mi domando quanta polvere accumulerà; mi domando quanto tempo impiegherà mia madre a riporla sullo scaffale e a passare a un’altra storia.
È questo quello che le persone fanno quando perdono qualcuno: per un po’ hanno un peso sul cuore e guardano con malinconia le cose appartenute a chi hanno perso, ma poi il tempo asciuga le loro lacrime e loro girano pagina. È il momento in cui ripongono il libro sullo scaffale e lo impilano sotto ad altri libri.
Ma non a tutti piacciono le stesse storie, non tutti si affezionano agli stessi personaggi e per loro è più facile dimenticare. In ogni caso, tutti dimenticano prima o poi.
La mia storia si è conclusa, ma non so che cosa mi renda più triste: se il fatto che avessi ancora tanti capitoli da scrivere o il fatto che poche persone l’abbiano letta.
***
C’è una bellissima ragazza, ad esempio, si chiama Karen e tutti i venerdì viene nel negozio di dvd nel quale lavoravo, per comprare un film. È una cliente abituale e mi piaceva molto. Mi piace ancora adesso. Non ho mai avuto il coraggio di invitarla ad uscire, non ho mai avuto nemmeno il coraggio di chiederle qualcosa sulla sua vita, niente di niente. Le dicevo soltanto quanto costava il dvd che aveva comprato.
Non le ho mai fatto leggere la mia storia, il che è un gran peccato perché avevo comunque qualcosa da offrirle. Lo dico adesso, ma quando ero in vita non lo pensavo davvero, mi consideravo solo il ragazzo anonimo, un po’ imbranato e con un paio di occhiali troppo grandi che lavora in un negozio di dvd. Lei probabilmente non si ricorderà nemmeno della mia faccia. Ma io mi ricorderò della sua, di quei lunghi capelli rossi e lisci e degli occhi verdi come le foglie di un albero in primavera.
Ha delle bellissime dita lunghe e affusolate, probabilmente suona il pianoforte. Mi ero perdutamente innamorato di lei, anche se non sapevo nulla della sua vita. E la guardavo, la guardavo da lontano mentre sceglieva il film che avrebbe guardato quella sera. Poi me la immaginavo seduta sul divano, davanti alla tv, con una coperta, tutta sola. Oppure con un’amica o magari col fidanzato. Non potevo saperlo. Mi sarebbe piaciuto vedere la sua collezione di dvd, deve averne un bel po’ visto che viene ogni settimana. Poi profuma sempre di buono, sempre di qualche cosa di fresco, come i detersivi o i profumi alle essenze floreali. Probabilmente lavora in un negozio di profumi.
Lavora in un negozio di profumi e suona il pianoforte.
Mi sono bastati questi due elementi per scrivere la sua storia, una bella storia, una storia che si addice a una come lei, col viso acqua e sapone, i vestiti semplici, che sceglieva sempre i film romantici o i cartoni animati della Disney.
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